L’”Orpheus Descending” (la “Calata di Orfeo”), rimaneggiamento del 1957 da parte di Tennessee Williams della sua “Battle of Angels” (la “Battaglia degli Angeli”), datata 1940, non risolse i problemi della prima pièce e non fu ben accolto. Il suo è un racconto di un giovane spiantato, in sosta in una cittadina nel Sud dell’America profondamente ostile e sul come egli sconvolga l’equilibrio della gente del luogo, specialmente le vite di tre donne della città. Valentine Xavier è una delle fantasie maschili proibite di Williams è, così com’è vero per Chance Wayne in “Sweet Bird of Youth” (la “Dolce ala della giovinezza”), per Brick in “Cat on a Hot Tiny Roof” (la “Gatta sul tetto che scotta”), e per Stanley in “Streetcar Named Desire” (“Un tram chiamato Desiderio”), Val è un ardente faro luminoso per le donne, e nello stesso tempo, una minaccia certa per i loro rintronati mariti.
Il primo testo di Williams che irrompe a Los Angeles quest’anno è un’elegante produzione di un’opera molto problematica al Theatre/Theater, diretta da Lou Pepe. Tutti i prototipi di Williams sono schierati: la ragazza ricca nevrotica e volitiva, Carol Cutrere (Claudia Mason); la sola e sessualmente frustrata moglie/emarginata, Lady Torrance (Denise Crosby), e l’artista locale tutta suonata, Vee Talbot (Francesca Casale), influenzate principalmente da questo sbandato, Val (Gale Harold). Come accade di solito in questi suoi melodrammi truccati, le questioni della sessualità o della violenza affiorano continuamente.
Williams intendeva proporre una riscrittura moderna dell’antica leggenda greca di Orfeo: l’incapacità del “non guardare indietro”, tra l’espressione artistica e il come automaticamente questo comunichi uno status di “intruso” a qualsiasi cittadino in una società che valuta norme tradizionali, soprattutto quelle che tengono uomini bianchi eterosessuali al potere. Il chitarrista convince Lady ad aprire la sua pasticceria nel suo esercizio di merci tessili, così come permette ad Eva di avvalersi del diritto di mostrare la sua arte astratta, e a Carol di sfidare la sua famiglia raccapricciata restando nei paraggi, anziché accettando un esilio pagato.
Tenendo in considerazione il periodo in cui Williams ha scritto, non può esserci un finale semplice o soddisfacente per questi personaggi. L’epoca prevalente del conformismo eisenhoweriano imponeva che donne, neri, e tutti coloro di discendenza diversa da quella bianca anglosassone protestante dovessero sottomettersi alla cultura dominante. Williams, da uomo gay, di certo non rientrava nella cultura dominante del suo tempo e, sebbene non abbia sofferto la stessa violenza così spesso ripercossa sui suoi personaggi, ha sofferto abbastanza.Quindi, i dolori della maggior parte dei suoi personaggi esclusi sono anche suoi.
Nei suoi lavori minori, dei quali questo n’è esempio, tutta questa drammaticità romantica non regge molto bene dopo 50 anni. Forse, tra altri 50, lo scrittore sarà visto come un profeta e lodato per le sue realtà da nevrosi ancora una volta.
Il regista Lou Pepe comprende queste limitazioni e con lo scenografo David Mauer, fa un buon uso della piccola sala da 99 posti del Theatre/Theater, nonostante l’aspetto complessivo sia molto sgradevole. Inoltre ha assunto un ottimo cast, con Harold, Crosby e la Mason che costruiscono molte delle emozioni di cui sono in dotazione. Essi mettono in scena tutte le tensioni sessuali progettate, e il cast secondario della cittadinanza, ipocrita e maligna così come Williams pensava che fosse, è ben recitato da Kelly Ebsary, Sheila Shaw, John Gleeson Connolly e Robert E. Beckwith, insieme a Geoffrey Wade nei panni del marito morente di Lady ed Andy Forrest nelle vesti dell’intollerante sceriffo.
Benchè si tratti di un lavoro minore di Tennessee Williams, non ne vale comunque la pena. Ci si augurerebbe che un luogo e un periodo della storia americana moderna non apparissero tutti così noiosamente stereotipati.
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Tradotta da Robin e redatta da Marcy
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Venerdì, 22 gennaio 2010
Di: Dale Reynolds
Fonte: STAGEHAPPENINGS.COM
Tradotta da: Robin
Redatta da: Marcy